L’idea di fiducia in Gomorra ha sempre una connotazione particolare, che deriva dall’ambiente nel quale si svolgono le vicende. Non si tratta mai di credere nel bene che potrà derivare da qualcuno, anche solo in modo disinteressato, ma al contrario di aspettarsi che quella persona non compirà il male nei nostri confronti. E si tratta sempre di ragionamenti freddi, lucidi, un semplice calcolo razionale in mezzo al caos di alleanze e tradimenti che agita questo mondo. Il settimo e ottavo episodio della stagione muovono a partire da una situazione di questo genere, e su essa puntano per la costruzione dell’intreccio. In questo modo la serie di Sky Atlantic scava una trincea che prepara il terreno per gli scontri delle prossime puntate.

C’è fiducia tra Gennaro e Ciro? Diremmo di sì, almeno per adesso, almeno tenendo sempre ferma la definizione vista sopra. Eppure è una quiete sinistra questa che muove i due protagonisti storici della vicenda, mai così ai margini, mai così attendisti e pronti a delegare dall’ombra per poter raggiungere il loro scopo. La scrittura di Gomorra, dopo avercene raccontato l’ascesa e la caduta in più stagioni, ha così tanto materiale alle spalle da potersi permettere di metterli in disparte, e di lasciarli entrare nella narrazione solo per manovrare quel tanto che basta i fili della storia e raggiungere il loro obiettivo. Gennaro e Ciro sono delle figure quasi mitiche in questo senso, dei fantasmi che vivono rintanati in casa, o che escono quel tanto che basta per un incontro fuggevole e segreto.

Ridiventano umani solo per ricordarci che prima o poi torneranno al centro della scena, e che questa rimane pur sempre la loro storia. Gennaro si incontra con Azzurra, Ciro aspetta in silenzio gli aggiornamenti di Enzo, ma le luci sono puntate in un’altra direzione. Ed è qui che Gomorra costruisce le sue maggiori differenze rispetto alle altre stagioni. Enzo, Sangue Blu, non è più l’espediente narrativo che si consuma e brucia nell’arco di un episodio, utile per impostare altre trame o per raccontare meglio l’ambientazione. È un personaggio vivo, che ha i suoi conflitti, le sue aspirazioni, una propria caratterizzazione. Ed è su di lui che la scrittura dei due episodi, entrambi diretti da Claudio Cupellini, punta maggiormente.

C’è ancora al centro di tutto l’esigenza di prendersi le piazze importanti di Napoli, e di farlo puntando allo scontro con i Confederati. Eppure in questa storia di prevaricazione, sequestri, omicidi a sangue freddo, la scrittura di Gomorra frappone qualcos’altro, qualcosa di decisivo. Ossia il filtro di motivazioni più personali che sono quelle di Enzo, da un lato mosso dalla vendetta personale, dall’altro sospinto da un’ideale ammirazione per il personaggio di Ciro, che difenderà contro tutto e tutti anche di fronte alla prospettiva di un accordo vantaggioso. Sono molti i momenti che ci parlano di Enzo, e molto importante è il suo rapporto con la sorella, ma anche con i compagni di sempre, e, perché no, con i nemici stessi.

In questo senso, Gomorra diventa più matura come serie, nel momento in cui frena quelle brusche accelerazioni che la rendevano una serie troppo episodica, e inizia a valutare le possibilità di una mitologia che deve avere un suo respiro. A quel punto l’inserimento in corsa del personaggio di Valerio, esponente di una famiglia dell’alta borghesia, è solo l’ennesima freccia che la scrittura scaglia verso nuovi ambienti, inglobandoli con successo all’interno della giostra dell’intreccio.