La premiere dell’undicesima stagione di X-Files dimostra quanto sia impossibile pensare che si possa oltrepassare quel limite che nella serie di Chris Carter c’è sempre stato, e forse dopotutto questo non è un male. L’ultimo episodio della decima stagione ci aveva lasciati con un cliffhanger clamoroso, un evento talmente cosmico che era quasi impossibile pensare che non ci sarebbero state delle conseguenze irreversibili sulla serie: un’epidemia, l’arrivo degli alieni sul pianeta Terra e quel faro luminoso che dall’alto ha sempre affascinato per la sua inesplicabilità. Ma cosa sarebbe successo a X-Files se fosse stato dato seguito a quegli ultimi secondi? Per il momento non possiamo saperlo e forse non lo scopriremo mai.È stato sì un vero colpo di scena, ma qui il vero punto di forza sta dietro alla connessione mentale che c’è tra William e sua madre Scully, un’unione fondamentale che ha permesso alla donna di predire il futuro e allarmare uno scettico Mulder in vista di quello che noi abbiamo già visto in My Struggle II. Il virus alieno prodotto dall’Uomo che Fuma è comunque realtà e di conseguenza possibilità.

A seguito di una serie di crisi, Scully viene portata in ospedale e dopo numerose verifiche mediche, la dottoressa che l’ha presa in carico parla con Mulder e Skinner di un’ingente e inspiegabile (non per noi) anomalia nel suo cervello, il quale a intermittenza comunica con loro attraverso un codice a impulsi. Skinner sembra essere sempre un passo avanti a Mulder, che ancora una volta ritorna a vestire i panni dello scettico (panni che un tempo venivano indossati da una giovane Scully). Il messaggio che William cerca di far arrivare tramite il cervello di Scully è una semplice richiesta d’aiuto: il ragazzo è in pericolo, deve essere trovato e questo automaticamente richiederà qualche sacrificio.

In My Struggle III troviamo Mulder impegnato in una caccia all’uomo, dopo che Scully al suo risveglio gli rivela delle informazioni apparentemente confuse che riguardano suo figlio, un’epidemia e l’Uomo che Fuma. Durante il tragitto verso la sua nemesi assoluta, Mulder scopre di essere inseguito da un tizio che, dopo un paio di momenti in strada al limite dell’inverosimile, riesce a seminare, o almeno così sembra. Successivamente giunge in una tenuta dove era sicuro ci fosse l’Uomo che Fuma e invece trova delle persone ad aspettarlo: un altro gruppo di cospiratori che agiscono alle spalle dell’Uomo che Fuma ma che hanno qualcosa di diverso in mente. Il loro obiettivo è salvare l’umanità e, parallelamente, colonizzare lo spazio. Ma nonostante questo piano sembri più incoraggiante, anch’esso presenta risvolti molto negativi. E anche qui al centro di tutto c’è William: la sua importanza diventa progressivamente sempre più tangibile, è il motore che muove i nostri eroi e il fatto che sia finalmente al centro della vicenda è un ottimo punto di partenza.

Tornando all’Uomo che Fuma, cospiratore e responsabile dei maggiori misteri dietro a ogni vicenda nel corso delle stagioni, scopriamo che il suo vero nome è Carl Gerhard Bush (William B. Davis) e che stavolta ha un’alleata di tutto rispetto al suo fianco: Monica Reyes (Annabeth Gish), forse la figura meno convinta del piano nonché il punto interrogativo costante alle certezze dell’Uomo che Fuma. Questi dimostra ancora una volta la sua onnipotenza: è molto più di quello che ci si può aspettare e ha fatto molto più di quello che ci si può immaginare, è stato perfino lo strumento dietro lo sbarco sulla luna di Armstrong, il regista cospiratore e ideatore di quel momento storico, ripreso e registrato all’interno di quello che sembra essere un teatro di posa qualunque. Un infallibile manipolatore con un piano ben preciso che ancora una volta coinvolge più parti.

Il progetto è quello di spazzare via buona parte dell’umanità e concedere la salvezza solo a un numero limitato di eletti così da poter ripartire “finalmente” da zero. Ancora una volta il pubblico viene sommerso da immagini d’attualità che, montate ad hoc, hanno il compito di intristire e preoccupare lo spettatore così da metterlo in condizione di vedere sotto un occhio diverso il piano catastrofico dell’Uomo che Fuma, quasi giustificandolo. Quest’ultimo riesce perfino a raggiungere Skinner tentando di convincerlo a unirsi al suo piano. Inizialmente restio ad ascoltare quello che avrebbe avuto da dire l’infallibile tabagista, Skinner finisce per perdersi nei suoi racconti e scopre tutto riguardo l’epidemia. All’uomo viene chiesto di voltare le spalle a tutta l’umanità e in cambio gli viene proposta la salvezza. Ma ciò che più sorprende e intimorisce Skinner è la rivelazione più grande che potessimo aspettarci, e come è scontato che fosse, riguarda William.

Proprio questo vuole essere il colpo di scena definitivo, il punto topico su cui poi concentrarsi per il resto della stagione. Lo sconvolgente tratto che ci ha portato anche indietro di 17 anni, a quando Scully venne portata via dalla dalle persone che avrebbero potuto proteggerla. Durante quel viaggio l’Uomo che Fuma drogò Scully e successivamente “la mise incinta con la scienza”, quindi attraverso l’uso del DNA alieno. Stando a questa rivelazione il suo vero padre, se così possiamo chiamarlo, sarebbe l’Uomo che Fuma e non Mulder. Si tratta di una bugia o della verità? Skinner aveva bisogno di questa menzogna per accettare il suo piano contorto? Tutto questo fuoco però non basta.

Diversi eventi piuttosto convincenti sulla carta si trasformano in tutto fumo e niente arrosto. Purtroppo da traino a tutto questo ci sono scelte non propriamente di classe, a partire dalla pressante voce fuori campo di Mulder che come un fulmine a ciel sereno stupisce per quanto risulta fuori luogo. Sarebbe stato certamente un ottimo punto di partenza in tutto e per tutto se non fosse per una sceneggiatura priva di mordente, senza alcun mistero realmente stimolante che tenga lo spettatore incollato di fronte al televisore per il motivo giusto. Tanta azione e fin troppi colpi di scena fanno da padrone a un episodio che ha il compito solo di intrattenere. Ma dov’è finito il mistero, l’indagine e l’ironia di quei personaggi che solo attraverso un minuscolo sguardo condiviso avevano la forza di comunicare più che con le parole? Dove sono andati a finire gli spazi angusti e quelle cospirazioni solo accennate e mai fin troppo svelate? Forse è proprio questo il problema più grande del revival, ossia la spiegazione eccessiva che priva ogni evento di quella misteriosità che ha sempre reso X-Files una serie alla quale volevamo credere.

In conclusione si potrebbe tranquillamente dire che sono state gettate basi più o meno solide, ma è la modalità con cui è stato fatto che lascia perplessi. Oltretutto andrebbe aperta una parentesi sulla regia quasi asettica di questa premiere, priva di idee e con uno studio sulla fotografia praticamente inesistente. Vedremo cosa ci riserveranno i prossimi episodi, intanto la speranza è di trovare un prodotto più curato esteticamente e con una messa in scena più elaborata e meno confusionaria e distinguibile dal resto.