Sabra, termine ebraico usato per indicare una persona ebrea nata in Israele, in contrapposizione a chi vi si è stabilito da immigrato, è il titolo del quarto sfuggente episodio della terza stagione di The Man in the High Castle. L’aspetto più frustrante di questo show – dovuto in parte ai problemi gestionali in seno alla serie che ha perso il suo primo showrunner ed ideatore Frank Spotnitz, per poi avere una sorta di lungo interregno in cui è stato terra di nessuno, interrotto prima delle riprese della terza stagione, dall’arrivo del nuovo showrunner Eric Overmyer – sono proprio i bruschi cambi di tono a cui è sottoposta la narrazione, non solo nell’ambito di uno stesso episodio, ma anche tra una puntata e l’altra.

CORRELATO – The Man in the High Castle 3×03 “Sensô Kôi”: recap e commento

Dopo un inizio leggermente sottotono, il terzo episodio aveva finalmente impresso il ritmo giusto al racconto con l’atteso incontro tra Juliana e Joe e la rivelazione finale che Frank era ancora vivo, con Sabre si torna invece a ricalcare in qualche modo i ritmi della prima stagione ed a proporre continui cambi di scenario che non portano, per lo più, ad una vera e propria progressione degli eventi.

Il leitmotiv della puntata potrebbe essere inquadrato nel tema della sessualità, che – in The Man in the High Castle – non si riduce all’espressione di un sentimento, quanto piuttosto ad un ennesimo rischio che potrebbe mette a repentaglio la vita di molti dei protagonisti. Come già sappiamo, nei paesi occupati dal Reich, l’omosessualità è considerata un crimine e Sabra ci fornisce due approcci diversi al modo di viverla: quella di Ed McCarthy e di Nicole Dörmer.
Abituato a tenere nascoste le proprie tendenze, quando Ed, nella zona neutrale, incontra uno sconosciuto che non tarderà a mostrare il proprio interesse per lui, il ragazzo esiterà a mostrare i propri sentimenti, fino a che non si convincerà di poter esprimere se stesso senza il rischio di venire ucciso, un’opportunità che – in un certo senso – gli permetterà di fare un passo avanti come persona ed essere più sicuro di sé e coraggioso.
A chi sicuramente non manca invece il coraggio, è Nicole Dörmer che, abituata a non nascondere la propria sessualità, si dimostrerà piuttosto sfacciata nel fare la corte alla reporter Thelma Harris. Nicole, che proviene da un ambiente privilegiato in cui sostanzialmente non le è mai stato negato nulla, potrebbe però scoprire che la vita negli Stati Giapponesi del Pacifico è molto diversa e più dura di quella a Berlino e la propria apertura mentale e sessuale, potrebbe costituire un problema, nonché l’inizio della sua rovina.

 Sobre è anche l’episodio in cui Joe e Juliana diventano intimi per la prima volta, ma – invece che riservare alla circostanza una scena che esalti il senso del legame che li unisce e la ritrovata serenità in un mondo dominato dal caos – gli autori fanno una scelta piuttosto disturbante per descrivere la loro prima volta. Quando la polizia militare giapponese interviene con la violenza per sedare una protesta di alcune donne che inneggiano al vessillo della “propaganda dell’alba” (di cui parleremo più avanti), Juliana viene coinvolta nei tafferugli fino all’arrivo di Joe, che la salverà trascinandola via dalla strada un attimo prima che un monaco si dia fuoco per protesta, uccidendosi. Dopo aver osservato atterriti la scena, Joe e Juliana si rifugiano nell’appartamento di lei, dove faranno l’amore per la prima volta. Sebbene l’intento degli autori sia sicuramente quello di mostrare come, anche e soprattutto nelle situazioni più terribili, prevalga il desiderio di vita e di unione con un altro essere umano, il fatto di legare – dopo un’attesa tanto lunga – la loro prima volta ad una scena così brutale, potrebbe essere considerata una scelta discutibile.
Per far comprendere l’impatto della violenta morte del monaco a cui entrambi assistono, bisogna premettere come la scena non sia affatto casuale, ma rappresenti un momento iconico della storia americana. Nel 1963, il monaco buddhista vietnamita Thích Quang Duc si diede fuoco in una piazza di Saigon per protestare contro la politica oppressiva del del presidente del Vietnam del Sud, divenendo celebre in tutto il mondo per lo scatto del fotografo Malcolm Browne, che immortalò la scena. Il richiamo a queste circostanze è evidente, ma il suo effetto finisce sostanzialmente per perdersi, proprio per ciò che accade subito dopo ai due protagonisti in uno strano contrasto tra brutalità e amore. Come se l’incontro amoroso tra Juliana e Joe non fosse stato abbastanza strano, alla porta di lei si presenterà poco dopo l’affascinante faccendiere Wyatt (Jason O’Mara), che le rivelerà di chiamarsi in verità Liam e la inviterà ad uscire con lui, invito che Juliana accetterà senza battere ciglio.

A New York, nel frattempo, la famiglia Smith continua a sprofondare nel dolore e nella paura che una parola di troppo possa compromettere la loro posizione, ma dopo che John, nella scorsa puntata, aveva vietato alla moglie Helen di vedere lo psicologo da cui aveva cominciato ad andare, per paura che si lasciasse scappare di aver ucciso Alice Adler, un sogno particolarmente scioccante, gli farà cambiare idea. Mentre Helen si affida sempre più al conforto di alcool e pillole per affrontare la perdita del figlio, l’Oberstgruppenführer continua invece a guardare ossessivamente il filmato in cui vede un’altra versione di suo figlio. Il senso di colpa che inevitabilmente prova, finisce per rivelarsi attraverso un incubo che culmina con un soldato delle SS che, dopo aver ucciso una donna di fronte alla figlioletta e non essere riuscito a fare lo stesso con la bambina a causa di una pistola inceppata, ne afferra mani e piedi e comincia a girare su se stesso con l’intento finale di fracassarle la testa contro il muro. Anche se gli autori non arrivano a mostrare l’attimo dell’impatto e John Smith si risveglierà di soprassalto un momento prima, l’immagine resta indelebilmente fissata negli occhi degli spettatori a sottolineare come non sia solo Helen a faticare a trovare un senso a quanto accaduto nelle loro vite e quanto il peso della morte di Thomas stia pesando anche sul controllatissimo John Smith.

Per quanto concerne Frank Frink, l’uomo – scampato all’esplosione del quartier generale della Kempeitai ed orribilmente sfigurato – si è rifugiato in una comunità ebraica clandestina di cui fanno parte, tra gli altri, Mark Sampson – sul punto di diventare rabbino – ed una risoluta donna di nome Lilah. Nonostante le sue condizioni di salute, Frank non ha rinunciato ad opporsi al regime e, grazie alle sue abilità artistiche, ha cominciato a dipingere una serie di immagini creando a sua insaputa una propaganda denominata “Alba” che sta prendendo sempre più piede negli Stati Giapponesi del Pacifico.

L’episodio si conclude infine con un nuovo cliffhanger, Joe punta una pistola alla nuca del ministro Tagomi dopo averlo seguito per strade buie di un parco, ma invece di premere il grilletto come ha già dimostrato di saper fare, esita ad uccidere il suo target.

La terza stagione di The Man in the High Castle è disponibile su Amazon Prime Video a partire da venerdì 5 ottobre.