In otto episodi, non c’è una scena in cui Black Earth Rising non desideri trasmettere la propria ambizione. Ogni dialogo, ogni inquadratura, ogni silenzio è impregnato di tutto il peso storico, morale, drammatico, politico di cui la serie si fa carico. Ed è impresa difficile coniugare tutto ciò con un intreccio complesso che procede raccontandoci una storia personale, ma che deve anche diventare emblematica. Troppe responsabilità per la serie di Hugo Blick, co-produzione BBC e Netflix, che da un lato non riesce a sostenere quella complessità di temi e dall’altro fallisce nel raccontare una storia appassionante.

Chi ha visto Hotel Rwanda ha già una buona base per comprendere il tema della serie. Si parla del genocidio perpetrato nel 1994 da membri della maggioranza Utu nei confronti della minoranza Tutsi. Ci spostiamo al giorno d’oggi, e troviamo una procuratrice alla Corte internazionale di giustizia che deve procedere nei confronti di un generale rwandese di nome Simon Nyamoya. All’epoca, l’uomo aveva contribuito a far terminare il massacro, ma in seguito si è macchiato di crimini di guerra. Eve (Harriet Walter), questo il nome dell’avvocato, ha una figlia adottiva di nome Kate (Michaela Coel), che è una rifugiata sopravvissuta al genocidio. Vicino alle due donne c’è Michael Ennis (John Goodman), avvocato che viene coinvolto nel caso.

L’intreccio guarda immediatamente lontano, aggiunge strati su strati, temi e spunti. C’è un complesso reticolo di personaggi, situazioni, obiettivi che confliggono e si sovrappongono, e che vanno dal tentativo di intromissione da parte della leader del Rwanda a quello di Kate di ricucire le ferite del proprio passato. L’obiettivo della serie è quello di declinare l’intreccio giocando su simboli e fortissime affermazioni. Basta guardare la prima scena, che sembra modellata su quella d’esordio di The Newsroom nel tentativo di criticare le contraddizioni dell’America. Il punto di vista qui guarda alla politica estera, statunitense in particolare, occidentale in generale.

Corre una forte critica al paternalismo con cui i paesi ricchi si approcciano all’irrisolta questione africana, come opposta reazione allo sfruttamento senza scrupoli. E poi c’è Nyamoya in Rwanda come “Eichmann a Gerusalemme”, con tutta l’obiezione del caso alla mancanza di un giusto processo contrapposta al diritto di uno Stato a dirimere le proprie controversie. Il personaggio di Kate è l’emblema vivente – e sarà poco altro – dell’essere umano spezzato, strappato alle proprie radici, adottato da un paese ricco, ma bloccato nell’incapacità di elaborare un passato senza memoria. E proprio di un viaggio a ritroso nella memoria tratterà la serie man mano che ci si avvicina alla fine, fino ad una dolorosa riconciliazione con il dolore.

Tutto ciò, encomiabile sulla carta, è imbrigliato da un intreccio che funziona solo per grandi affermazioni, che guarda alla propria storia dall’alto, senza riuscire ad appassionarsi al suo racconto. C’è molto da sottolineare, e i personaggi non mancheranno mai di farlo, ricorrendo a dotte citazioni e pronunciando monologhi. Black Earth Rising allora si trasforma ben presto in una storia enorme ristretta sui volti e sulle parole di un pugno di personaggi che non possono sostenerne la grandezza. E la pretesa è che basti tutto ciò a esaurire la complessità di un discorso che invece avrebbe dovuto concentrarsi su un’unica storyline, o un unico tipo di analisi. Così, la serie di Hugo Blick (che già aveva parlato di politica internazionale in The Honourable Woman) diventa un compendio di problematiche complesse di cui si riconosce l’importanza, ma su cui in fondo non si dice molto.

In un cast di grande valore, sembra palpabile ad esempio la difficoltà di Michaela Coel nell’interpretare un personaggio che si presenta come intoccabile, ma che è soggetto a scatti di rabbia o disperazione improvvisi. Ci sono circa cinque o sei personaggi che soffrono di malattie gravi o che sono definiti dal vivere una condizione di salute molto precaria, e non si contano le scene di vomito – per motivi che vanno dallo shock alla malattia ad altro – sulle quali la camera indugia. E una certa scena d’azione con un inseguimento in macchina potrebbe risultare inconsapevolmente goffa. Black Earth Rising cerca allora per sé un carico drammatico che non riesce a costruire in altro modo, sottraendo forza ai propri temi.