The Passage, la nuova serie targata Fox con protagonista Mark-Paul Gosselaar (Pitch), tratta dalla trilogia di Justin Cronin di cui il primo romanzo omonimo è solo l’incipit di un racconto molto complesso che si svolge nell’arco di quasi un secolo, non ha un compito facile ed, in un certo senso, può essere visto come un caso scuola di cosa funziona (o non funziona) del modo di concepire un pilot nella televisione generalista americana. I racconti di Cronin non solo si svolgono infatti in un ampio arco temporale, ma hanno la caratteristica di passare dal genere sci-fi, a quello apocalittico fino all’horror con un passo che ne ha anche determinato il successo, un’impronta che manca tuttavia all’episodio pilota della serie che – come spesso accade nei prodotti dei Big Five (i cinque principali network americani) – cerca di rivelare molto, senza tuttavia mai scoprire davvero le carte in suo possesso, finendo per lasciare uno spettatore mediamente attento in un certo stato di confusione.

La premessa della serie viene rivelata nei primi minuti della puntata: nel tentativo di trovare una cura per l’Alzheimer della moglie, il dottor Jonas Lear (Henry Ian Cusick) si reca in Bolivia per indagare su una sorta di leggenda popolare che narra di un uomo che avrebbe compiuto 250 anni, immune alla maggior parte delle malattie. Qui, il suo amico e collega Tim Fanning (Jamie McShane) verrà morso dal soggetto della loro ricerca, diventando così il Paziente Zero di un virus che, oltre a renderlo immune ad ogni malattia, lo trasformerà anche in un vampiro assetato di sangue, nonché in una creatura dagli strani poteri psichici apparentemente in grado di insinuarsi nei sogni delle persone.

In seguito a questi eventi ed in un risvolto indiscutibilmente immorale, il CDC (il centro per la prevenzione e il controllo delle malattie), con la compiacenza del Dipartimento della Difesa, comincerà così una sperimentazione umana, usando come cavie dei condannati a morte, per creare un salvifico vaccino per l’umanità, una sperimentazione che subirà una preoccupante accelerata quando dalla Cina giungerà la minaccia di una mortale epidemia di aviaria che potrebbe cancellare gran parte della popolazione americana, se non mondiale. Le sperimentazioni fatte fino a quel punto hanno portato inoltre gli scienziati alla conclusione che, più giovane è il soggetto, maggiori sono le possibilità che quest’ultimo divenga immune alle malattie senza subire anche gli sconvolgenti effetti collaterali del virus, la trasformazione cioè in un vampiro, ragione per cui gli scienziati troveranno una bambina, opportunamente sola al mondo, su cui provare la loro teoria nei pochi mesi rimasti prima che l’epidemia di aviaria colpisca il paese, in barba a qualsiasi considerazione di valore etico, morale o anche solo legale.

E’ a questo punto che entrerà in gioco il personaggio di Brad Wolgast, interpretato da Mark-Paul Gosselaar, un agente federale che lavora al Progetto Noah come “reclutatore di cavie” ed al quale, assieme ad un collega, viene assegnato il compito di andare a prendere la giovanissima Amy Bellafonte (Saniyya Sidney), presso la famiglia a cui è temporaneamente affidata, per inocularle il virus. Ciò che manderà a monte i piani dei responsabili del Progetto sarà però aver scelto l’uomo sbagliato per il compito sbagliato: Brad, un ex militare dei Corpi Speciali con alle spalle diversi turni in guerra, dopo aver ritenuto accettabile consegnare ad un destino persino peggiore della morte uomini senza alcuna alternativa, svilupperà una coscienza ed instaurerà un legame con la piccola ed intraprendente Amy, che le ricorda la figlia che ha perduto in circostanze che non vengono rivelate nel pilot, e deciderà di proteggerla non portandola a destinazione e mandando ovviamente a monte la propria carriera.

Da questo momento in poi Brad ed Amy diventeranno dei ricercati speciali, anche se gli autori – almeno per ora – non rispondono al legittimo dubbio che spieghi il motivo di tanto accanimento nei confronti della bambina: cosa ha di tanto speciale Amy se non il suo essere un’orfana? Come è possibile che i responsabili del Progetto Noah non abbiano pensato ad un’alternativa nel caso qualcosa non fosse andato secondo i piani con il soggetto che hanno scelto?
E’ evidente, dall’essenzialità di una risposta ad una domanda tanto semplice ma fondamentale, come alcune pedine di questa complessa scacchiera che è il racconto a cui la serie è ispirato, manchino ancora all’appello e come la struttura stessa dell’episodio pilota evidenzi tutti i problemi del modo in cui la TV generalista concepisce un pilot: come un tentativo di catturare l’interesse degli spettatori con soli 45 minuti a disposizione, finendo per perdersi in una trama estremamente complessa da sviluppare.

Pur rivelando infatti molti essenziali elementi nei primi minuti dell’episodio, gli autori lasciano in sospeso questioni cruciali, prediligendo lo sviluppo delle interazioni umane tra i protagonisti che, a causa della mancanza di tempo, finiscono per risultare piuttosto scarne e frutto non tanto dell’emotività quanto della narrazione.
Per fare un esempio concreto, alcune informazioni sullo stato del virus vengono fornite allo spettatore grazie all’abusato uso del voice-over, mentre altri elementi – che concernono soprattutto il protagonista e la sua decisione di salvare Amy – sono frutto di una breve e scarna telefonata tra Brad e la sua ex moglie Lila (Emmanuelle Chriqui), nel corso della quale scopriamo nell’ordine che la coppia ha perso una figlia, che il loro matrimonio non ha retto alla tragedia e che i due si amano ancora, nonostante lei abbia apparentemente accettato la proposta di matrimonio di un altro uomo per “andare avanti con la propria vita“, a meno che Brad, ovviamente, non abbia qualcosa da obiettare in merito.

Con queste premesse, risulta difficile sviluppare un’autentica connessione emotiva con personaggi che non rivelano un particolare spessore umano, ad eccezione – per ovvie ragioni – dall’innocente e talentuosa interprete della giovane protagonista, e la sensazione predominante con cui lo spettatore viene lasciato è che manchi chiaramente qualche elemento fondamentale del mistero legato al virus, alla sperimentazione ed al futuro di Amy e del suo salvatore, un’impressione che diventa anche l’unico motivo per cui ci si ritrova, spinti dalla mera curiosità, a pensare di voler proseguire con l’avventura, dando così una seconda opportunità alla serie.
Questa abbondanza di interrogativi in sospeso è il motivo per cui abbiamo deciso di recensire anche l’episodio della prossima settimana, non fosse altro per dare un’idea più chiara ai potenziali spettatori dello show di quale sarà la vera piega che The Passage prenderà con il prosieguo della narrazione: sarete ancora con noi o la visione del pilot vi è bastata per farvi un’idea dello show?

The Passage va in onda negli Stati Uniti ogni lunedì su Fox e arriverà in Italia, a partire dal 28 gennaio, su Fox.