Le ultime due puntate di Il Nome Della Rosa hanno espresso il peggio della serie.

Tutto quello che di pessimo era stato possibile notare negli episodi precedenti ha preso il posto del poco di buono che pure c’era stato, in una corsa verso un finale ambiguo per ritmo, pessimo per realizzazione e terribile per capacità visiva di chiudere la storia. Il confronto con la chiusa del film, che inventava panoramiche, usava la voce fuoricampo, giocava con la recitazione e i non detti per rendere la chiusa del libro è impensabile e misura tutta la distanza tra un cineasta che lavora con le immagini e un regista che mette in scena un testo.

Il primo problema è che allo stringersi dei nodi si fa sempre più ingombrante il culto che questa serie ha del suo protagonista. Evidentemente ogni protagonista è al centro della sua storia, ed evidentemente ogni protagonista che è un astuto detective è mitizzato dal proprio racconto, ma c’è una precisa differenza tra la stima e la venerazione e sta tutta nell’enfasi. Guglielmo da Baskerville diventa qui un totem cui la serie guarda come in attesa di salvezza, è un colosso e ogni inquadratura che lo comprende sembra un dipinto costruttivista. Guglielmo guarda in avanti, Guglielmo ha controcampi intensi, Guglielmo zittisce tutti con una frase. Vale la pena ripeterlo: il problema non è avere un protagonista forte e capace (come è questo) ma guardarlo come una ragazzina in amore invece di guardarlo come un pari per scorgervi anche difetti (è quel che fa Conan Doyle con Sherlock Holmes, ad esempio).

Si rivela inoltre in tutta la sua inutilità il personaggio di Greta Scarano assieme alla sua parte di trama, ovviamente non in grado di incidere nella storia e portatrice di nessun valore aggiunto anche nel momento in cui il suo intreccio si incrocia con gli altri (con il discutibile espediente demodè di far interpretare sempre a Greta Scarano anche la madre del proprio personaggio nei flashback). E se ancora la narrazione si difende come può nel grande processo dell’inquisizione, tra battibecchi, confessioni, pianti e strategie dialettiche, tutto crolla quando è il momento di fare un po’ d’azione, quando cioè alla caccia del libro nella biblioteca-dedalo, Adso e Guglielmo si trovano di fronte allo showdown con il villain.

Qui tra un po’ di espedienti classici da giallo (tutto viene spiegato con una serie di flashback e voce fuoricampo che ripassano quel che è avvenuto dando le soluzioni ai molti misteri che avevamo incontrato) e un po’ d’azione la serie si perde. Perché ci sono una lunga e grave serie di problemi di montaggio e di ritmo, di comprensibilità delle scene e quindi di scorrevolezza. Sono tuttavia dei piccoli difetti fastidiosi che scompaiono di colpo davanti all’incendio, la madre di tutti i disastri. L’unica spiegazione possibile per una simile riuscita sono dei problemi e delle incomprensioni in fase di pre-produzione e produzione, un cattivo uso dei tempi stretti di una serie tv e una certa ingenuità, perché altrimenti non si spiega come sia stato possibile concepire una scena dell’incendio al digitale così male, degna di un telefilm a basso costo degli anni ‘90. Né si spiega come, avendo questi problemi, si sia voluto insistere a chiudere tutto tra le fiamme invece di mostrarle il meno possibile.

Ancora ancora si sarebbe potuto passare sopra all’evidente fastidio della regia per la scene d’azione e per le colluttazioni (non solo goffe, lente e maldestre ma anche filmate male, poco chiare e tempestate di dialoghi imbarazzanti) ma immaginare il momento topico, ovvero la sconfitta e morte del villain, in una maniera così puerile è degno di vergogna. Si può dire senza timore di smentita che erano anni che, in produzioni di questo livello, non si vedeva una scena realizzata così male.

Superato questo momento il resto è in discesa e quasi non sembra così pessima anche la chiusa, che invece è ingiustamente moscia e lenta, là dove il testo di partenza la usa per un grandissimo bilancio intellettuale e per un momento di sentimentalismo potente sia tra Adso e il suo primo ed unico amore, ma anche e soprattutto tra Adso e il suo maestro.

Di fatto quello che è accaduto in queste ultime due puntate è stata la definitiva riqualificazione di Il Nome Della Rosa, serie partita come un progetto mondiale (al pari di L’Amica Geniale) e ridimensionata a progetto continentale (al pari di I Medici), con dei momenti degni di un progetto nazionale.