A metà strada tra I Medici e L’Amica Geniale, i due fuochi della nuova serialità RAI, Il Nome Della Rosa parte subito goffo nello sforzo di modernizzare un racconto che già all’epoca partiva classico (basato su Sherlock Holmes e Watson per poi andare altrove con le digressioni), ma per fortuna ha la ragionevolezza per la maggior parte del tempo di trovare la strada del romanzo e di metterla in scena senza sconfinare nel didascalico e del didattico.

Il piacere della visione e dell’intrecciarsi di un mistero fatto di luoghi proibiti, cadaveri scoperti in pose e situazioni terribili e scontri d’intelligenza, non è mai soppiantato dal peso e dal rispetto per un romanzo storico-filosofico che sapeva ben bilanciare la sua erudizione con il suo fascino carnale.

Ci sono 7 giorni in Il Nome Della Rosa di Umberto Eco e ci sono 8 puntate nella serie tv che Rai, Palomar, Tele Munchen e 11 Marzo hanno messo insieme. Ogni puntata, più o meno, corrisponde a una giornata nell’indagine del francescano Guglielmo da Baskerville, che non si ferma un attimo nel tentativo di scoprire chi sta uccidendo i monaci del monastero benedettino in cui lo stesso Guglielmo sarà al centro di una disputa cruciale per la Chiesa. È quella tra la corrente pauperistica (per l’appunto i francescani) e la dottrina ufficiale della Chiesa. Le morti inspiegabili potrebbero gettare discredito su tutto il grandissimo evento che sta per verificarsi, dunque è chiamato ad indagare.

Alla base delle prime due puntate di Il Nome Della Rosa c’è il continuo annuncio e contemporaneamente rimando dello scontro, ovvero la dinamica centrale in tantissima animazione seriale nipponica. Questa suspense di ciò che sta arrivando (nella persona del “campione” della Chiesa interpretato da Rupert Everett) conferisce alla messa in scena una trazione che altrimenti sembra difficile avrebbe potuto avere. Specialmente nel primo episodio infatti la serie italo tedesca ha uno scarsissimo ritmo e proprio là dove dovrebbe introdurre un mondo affascinante, indugia, si perde e mal cavalca i propri elementi di fascino. Ci vorranno entrambe le puntate per iniziare ad avere l’acquolina in bocca.

È il particolare meno prevedibile di una serie contraddistinta da un look giovane abbastanza vecchiotto, cioè da una color correction potente che ricorda quelle dei primi anni 2000. Giacomo Battiato cerca l’opposto della “chiarezza RAI”, trovandolo però in una fotografia appartenente ad una moda passata.

Non tutto il male viene però per nuocere, perché è invece sorprendente e interessante l’uso espressionista del colore. In questo mondo piegato verso il monocromo, in cui i colori paiono desaturati, ogni tanto esplodono verdi, rossi, blu e gialli di dissetante vigore. Battiato non è propriamente raffinato nel sottolinearlo ma l’effetto c’è. È il caso ad esempio dell’ingresso nel laboratorio di veleni, in cui l’incredibile sete di conoscenza di Guglielmo da Baskerville si rispecchia nei colori che gli riempiono gli occhi. Uno scaffale di veleni, oggetti così rari e difficili da incontrare per l’epoca, ci appare come un sogno, come un paradiso di nozioni e pozioni fino a quel momento conosciute solo su carta. Questo per fortuna scaccia l’effetto “teatrale” di una scenografia troppo perfetta e fasulla, trasportandola nel reame quasi del fantastico.

È il mondo visto tramite gli occhi di Guglielmo da Baskerville, appassionato di tutto quello che prevede approfondimento, eccitato alla sola idea di stare davanti ad una delle biblioteche più grandi della sua epoca. È evidente che proprio questo frate diverso dagli altri è il terreno in cui si misurerà la riuscita della serie. L’intuizione geniale (di Eco) è che in questa grande storia ci sono le versioni cattoliche dei luoghi comuni della detective story, a cominciare proprio dall’investigatore (è questo che fa Guglielmo da Baskerville) fino al grande scontro di retorica, sorta di incontro di pugilato che determinerà i destini della Chiesa (“Io non perdo mai un dibattito” dice Guglielmo). E va da sé che la scelta di John Turturro, così diverso da Sean Connery nella struttura fisica (più minuto, segaligno, intellettuale), è un asset fondamentale. Se Connery era l’anima di genere di Guglielmo da Baskerville, l’agente segreto della Chiesa, Turturro è pronto ad interpretarlo in un senso più pieno, non solo come investigatore ma come erudito a tutto tondo. Non è un superuomo e la serie lo dovrebbe rispecchiare.

Così mentre Battiato sembra agitarsi tantissimo alla ricerca di paesaggi corretti al digitale con una forza forse non necessaria (o che di certo non sembra ripagare), il montaggio lavora di dettagli per raggiungere gli standard del racconto audiovisivo moderno che la RAI ha finalmente iniziato ad inseguire.

Certo, l’impressione di un grande cast di star in vacanza è sempre dietro l’angolo. Rupert Everett, Michael Emerson e poi i nostri Fabrizio Bentivoglio, Greta Scarano e Stefano Fresi (mascherato come un satiro in una rappresentazione teatrale degli anni ‘20) creano un po’ un effetto I Medici, specie considerato quanto la nuova serialità è parca con i volti noti e quanto lo è in particolare quella italiana. Ma è indubbio che più le puntate entrano nel vivo, distaccandosi dalla fase di presentazione dei personaggi (veramente goffa e piena di spiegazioni a parole di chi ognuno sia e cosa faccia), più il grande intreccio sembra vincere sulle piccolezze.

Errata corrige: nella recensione si menzionava un apporto di HBO che invece non è coinvolta nella serie.