Se dopo aver visto Killing Eve e Fleabag siete ossessionati dalla scrittura di Phoebe Waller-Bridge (e non c’è motivo per cui non dovreste esserlo) Crashing è una perla da riscoprire. Si tratta di una serie da una sola stagione composta da sei brevi episodi, andata in onda su Channel 4 nel 2016. Riscoprirla ad anni di distanza – è disponibile su Netflix – significa tornare alle radici della scrittura di una delle più interessanti autrici televisive degli ultimi anni, capace di spaziare dalla comedy affilatissima al thriller che sperimenta con i cliché del genere. Crashing in questo senso è un progetto da bere tutto d’un fiato, con il suo politicamente scorretto all’inglese e i suoi personaggi “stabilmente precari”.

Crashing parla di un gruppo di personaggi che condividono lo stesso tetto in una situazione di forte instabilità personale. Occupano legalmente un grande edificio, sono qualcosa a metà tra custodi e inquilini che pagano un basso affitto. Ne abitano le ampie e vuote stanze, raccolgono i quadri malfermi che cadono dalle pareti incrostate. Tutto è precario in questo ambiente, e lo sono le loro stesse vite. Nel gruppo già consolidato arriva la strampalata Lulu, con una specie di ukulele e una cotta mai del tutto passata per Anthony. Quest’ultimo ha una storia con Kate, anche se il loro rapporto sta attraversando un momento difficile. Seguono Sam, apparentemente il più sicuro, intimamente il più indeciso; Fred, che ha una storia priva di equilibrio con un altro uomo; l’artista Melody e la sua “musa”, un uomo di mezza età di nome Colin.

Dovrebbe essere abbastanza chiaro che l’elemento centrale di Crashing è la mancanza di equilibrio. Di qualunque tipo esso sia: sentimentale o professionale. Quindi un dramma sui twentysomething che mancano di stabilità, ma Phoebe Waller-Bridge non è mai così netta nelle sue conclusioni. I temi sono messi a fuoco per contrasto, giocando sulle asperità dei personaggi, senza alcuna indulgenza, senza timore a costruire l’intreccio sul biasimo nei confronti delle loro azioni. Sono protagonisti che non osano, che temono gli impulsi, che rinnegano sentimenti, occasioni e talvolta la propria identità sessuale. Potrebbe anche nascondersi una grande analisi generazionale qui, ma la verità è che la scrittura di Phoebe Waller-Bridge è così acuta da trascendere il quadro generale per farci godere di ogni particolare.

Soprattutto la sua è una scrittura che non ha filtri, al contrario dei suoi personaggi. Più questi cercano di ritrarsi, di negare ciò che sono e ciò che vogliono, più la scrittura si diverte a metterli nelle situazioni più imbarazzanti. Fino alle estreme conseguenze: si va dal classico tradimento, alle gag scatologiche, alle situazioni cringe che spingono a distogliere lo sguardo dallo schermo. Tutto, pur di arrivare ad un momento liberatorio. A quel punto la verità, anche una verità corrosiva e violenta, difficile da pronunciare, sarà comunque accettata perché permetterà di passare avanti. Si tratta comunque di un passaggio ad un nuovo stadio precario, ma è qualcosa.