Tutto si può dire di questo revival di The Twilight Zone tranne che non sia molto legato alla tradizione dello show. A Traveler, quarto episodio della stagione, è ad esempio la fusione ideale di due puntate classiche della serie, I mostri di Maple Street e Chi è il vero marziano? Storia a parte, ne riprende l’idea di isolamento, il luogo contenuto nel quale si può manifestare ciò che è straordinario, e l’intreccio dell’elemento fantastico con le fragilità umane. Temi interessanti e buone interpretazioni, frenati da una scrittura incoerente e un ritmo altalenante nella storia.

Vigilia di Natale. Ci troviamo nella cittadina di Iglaak in Alaska. Il capitano Lane Pendleton (Greg Kinnear), egocentrico e presuntuoso, vuole ripetere anche per quest’anno la tradizione della “grazia” ad un uomo detenuto al commissariato (futili motivi, è solo il gesto autocelebrativo che conta). L’agente Yuka (Marika Sila), più rigida e seriosa sul lavoro, sopporta con difficoltà gli atteggiamenti del capitano. La tranquilla serata viene turbata da un uomo elegante che appare senza spiegazione in una delle celle. Sostiene di essere un ammiratore del capitano Pendleton, si presenta come A. Traveler (Steven Yeun), è affabile e cortese. Ma ovviamente tutto ciò è preludio ad eventi sconvolgenti perché, come ci ricorda Jordan Peele, ci troviamo – pausa drammatica – nella zona ai confini della realtà.

Il tema qui è presente, ma è meno urlato rispetto a Replay. Si parla di manipolazione, della diffusione del malcontento che gioca sui pregiudizi e sulle pulsioni umane. L’ambientazione natalizia, che dà il giusto contorno alla vicenda, si lega agli eventi ponendo la consueta domanda su cosa si vorrebbe ricevere per Natale. Dietro l’innocuo quesito si celano desideri, voglia di ripicca, il puro piacere nel voler trovare il peggio negli altri – nel voler credere al peggio negli altri – solo per sentirsi migliori. Il viaggiatore del titolo è allora l’elemento disturbante, che spezza un falso equilibrio e lascia cadere ogni filtro. Ci sarà uno scopo nascosto in tutto questo, ma lo scopriremo solo alla fine.

Ed è proprio nel lento accumularsi di situazioni e informazioni che emergono i limiti di questo episodio di The Twilight Zone. Che non è incisivo quanto la storia permetterebbe, che dura troppo, o che forse non riesce a gestire un ritmo in crescita. Il tradizionale prologo che si chiude con l’apparizione di Jordan Peele arriva dopo più di dieci minuti, e così ogni passo successivo verso il disagio viene rimandato oltre il necessario, diluendo il senso di angoscia. I personaggi, come da tradizione, sono un po’ antipatici, figure essenzialmente funzionali al tema del racconto. Eppure, più l’intreccio viene dilungato, più quelle figure assumono un’importanza che non riescono a sostenere. È il caso del capitano Pendleton, che accumula una serie di reazioni incomprensibili, o dello stesso viaggiatore misterioso.

Una volta chiarito tutto il contesto, si può ricostruire a ritroso la vicenda e vedere che, in fondo, ben poco di quel che accade ha senso. Non che questo non accadesse nel The Twilight Zone originale, anche nei due episodi che abbiamo citato in principio. Ma in quei casi, oltre ad una durata inferiore alla metà di questo, c’era la palese idea di narrare un racconto che funzionava per simboli e caricature umane. E questo è il limite maggiore del revival.